Politica e Maternità (di Donatella Albini)

Care/i tutte/i,perdonatemi l’esordio,da vecchia lettera,ma tra me e queste formidabili tecnologie c’è ancora molto spazio e ho la necessità di”vedere” occhi,visi e gesti per parlare e scrivere. Molte/i di voi le/i conosco e il compito mi è dunque più facile.Non sono stata molto presente nel confronto partito dalle riflessioni sulle IVG e approdato alla maternità,per motivi personali,che mi hanno distolto,per quanto possibile in questo momento,dalla visibilità pubblica e mi hanno riportato dentro i miei pensieri e le mie relazioni familiari. Ora sono in un luogo appartato,insieme a mio marito e ai miei figli, perchè il silenzio e la bellezza del luogo ci consentano di ripensare insieme il dolore che ci ha attraversato in questi mesi.Il clamore lontano mi riporta ad un senso di solitudine immanente,credo,a una donna che fa entrare nel suo orizzonte di vita la politica attiva;si tratta di una collocazione singolare nel mondo,a partire dal proprio sesso e può essere dolorosa.D’altro canto il sasso della libertà, che le femministe hanno lanciato negli anni ‘70 continua a produrre allargamento delle libertà e a creare libertà,non è certo fare la rivoluzione,ma è certo che l’allargamento delle libertà ha reso il genere femminile un problema per la logica dello sviluppo e ha fatto assumere nei comportamenti di donne e uomini il disagio della differenza sessuale.Solitudine significa dunque entrare in un ambito di resistenza,per non essere messa a tacere nel mondo degli uomini,e la politica sinora è luogo degli uomini,significa riconoscersi tra donne con attenzione e disponibilità incessanti e sapere di avere una vita piena alle spalle,anche se fuori dalle assemblee elettive,irripetibile e ricca.Il racconto della nascita di Giorgio mi ha emozionato tanto quanto l’esserci alle nascite dei bambini/e che ho visto in vent’anni di lavoro:gli occhi delle donne nel dolore del travaglio,le mani che ho stretto nel momento finale,i baci dei padri sulle mie guance,dopo le mogli,il massaggio e l’accoglienza di quei piccoli corpi,il passarli dalle mani dell’ostetrica alle mani della puericultrice. Anche in ospedale ci può essere tenerezza,cura e rispetto,dipende dalle persone che vogliono e possono trasformare un luogo vecchio e brutto come il mio reparto,in uno spazio di accoglienza rispettosa e di cammino comune.Forse l’irruzione della maternità nella politica non sta tanto nelle ricerche sociologiche essenziali per costruire servizi,nelle riflessioni psicologiche,fondamentali per riaffermare il primato della donna e del suo corpo,nei programmi elettorali,necessari per riconoscere le proprie speranze,ma nell’ingresso delle donne nella politica,con la loro storia di riproduzione,di riproduzione non solo di corpi.

RELAZIONE DEL CONVEGNO DI MILANO SULLA 194

                                                                                                                               Milano,  29/02/2008

  

L’aborto è una pratica iscritta da sempre nei comportamenti della donna, la cui memoria si perde nella ricostruzione storica che se ne può fare, ma è anche una pratica da sempre lasciata nella impermeabilità del privato o assunta tra le problematiche sociali solo per essere penalizzata, respinta o rimossa, questo fino alla 194.

Povera legge 194, scrive Miriam Mafai, aggredita da ogni parte, messa nei fatti in discussione, per l’intollerabile ossequio della nostra politica alle indicazioni che provengono della gerarchie ecclesiastiche, per un deficit insopportabile di laicità e di democrazia, difese blandamente anche dai dirigenti del centro-sinistra, per non alterare equilibri precarissimi, ma rinunciando con ciò ad una chiara presa di posizione sulla laicità e insinuando il pensiero che senza religione non c’è morale.

Povere donne italiane il cui corpo è sempre più oggetto, in un clima da medioevo, di divieti e imposizioni, e loro stesse additate come colpevoli, quando fanno ricorso alla legge, di omicidio perfetto.

Una legge che è scivolata dentro la quotidianità di un paese che l’ha applicata ed usata con semplicità, impegno, attenzione e gratitudine e la cui messa in discussione di oggi mette solo a disagio i pochi medici che la applicano e spaventa le donne più fragili quando, negando il rispettoso silenzio dovuto al dolore di una coscienza, non ci si pone di fronte a una donna, che sta vivendo la sofferenza di un aborto tardivo, perché il suo bambino è malato, con lo sguardo indagatore di un giudice troppo scrupoloso o di forze dell’ordine troppo efficienti.

Per ragionare oggi sulla 194 ho pensato di analizzare due parole che ricorrono nei discorsi sulla legge: diritto e tempo.

La 194 sancisce il diritto di potersi autodeterminare, di scegliere di interrompere una gravidanza, non sancisce il diritto di aborto, ma afferma l’autodeterminazione come principio etico di regolazione delle capacità procreative; definisce cioè un diritto di decisione, che attiene alla sfera della responsabilità individuale, ed è proprio questa dimensione di responsabilità che dà alla donna la dignità di soggetto e la fa uscire dalla miseria.

Questo sul piano individuale.

Sul piano collettivo il diritto, di cui parlavo prima, va forse collocato invece tra le libertà che potremmo definire negative, cioè quelle libertà che tutelano i cittadini/e dalle indebite interferenze dello Stato, in questo caso tutelano la donna o da una penalizzazione o da un controllo esterno sulla sua autodeterminazione.

Certo un diritto non sancisce di necessità una libertà interiore piena o uno stato di felicità, ma non per questo smette di essere un diritto.

E’ un diritto che attiene alla sfera di autoregolazione individuale, anche se non dà conto della dimensione della responsabilità verso se stessa e verso l’altro/a, che la donna assume nella scelta di abortire, non dà conto del tormento interiore in cui questo diritto si esercita.

Stiamo parlando di libertà femminile, che è anche il principio che si pone all’inizio della vita umana, attraverso tre passaggi:

1)      Non si può obbligare una donna a diventare madre.

2)      La relazione materna, indispensabile alla vita umana, si stabilisce nell’attimo in cui la donna l’accetta, fa spazio dentro di sé; e non c’è legge coercitiva che possa far sviluppare un grembo psichico, essenziale perché un bambino sia accolto ed amato.

3)      La vita umana comincia da questo sì liberamente pronunciato: tocca alla donna dire sì alla vita che comincia in lei, alla donna che accoglie e coltiva una nuova vita, che poi consegna all’umanità, perché quella vita, prima di sentire, desiderare, parlare, essere, è dentro un corpo di donna e lo deve attraversare per esistere.

La legge 194 rispetta dunque una sfera di autonomia individuale, dove lo Stato non entra direttamente a sancire valori e disvalori, ma non è indifferente, anzi è chiamato ad intervenire a sostegno della donna che deve abortire. Si può in altri termini dire che la 194 è una legge che non autorizza l’aborto, ma condiziona la sua pratica entro certi limiti, fra cui l’obbligo di rivolgersi ad una struttura sanitaria pubblica.

Il rapporto della donna con lo Stato si concretizza nella figura del medico, che affianca la donna nelle procedure previste dall’ art. 5.

Ma, se è vero che noi medici abbiamo il privilegio di nutrirci delle ricchezze dei nostri pazienti, entrando nelle loro vite attraverso la porta delle loro sofferenze, è più che mai vero che nulla di meglio c’è del racconto che la donna fa della propria verità, di quello che prova, della sua frustrazione, della sua rabbia.

Mai, allora mai, dobbiamo scordare che è la donna ad avere potere di vita e di morte sulla sua riproduzione e noi abbiamo il dovere/diritto di avere per e con lei rispetto e pazienza.

Spesso si fa riferimento alla solitudine della donna lenita nel rapporto col medico; ma la solitudine è l’inevitabile corollario della scelta esercitata in libertà e responsabilità, perché le ragioni che spingono all’aborto non sempre attengono a conflitti esterni, di ruoli sociali, eliminabili con interventi sociali.

Certo, spesso c’è una donna troppo giovane, troppo povera , troppo sola, con un carico di incertezze, di dubbi, di sofferenza; basta guardare il dolore che sta dietro gli sguardi solo apparentemente spavaldi, il pianto silenzioso, il senso di colpa dichiarato; se il lavoro è sempre più scarso o precario, se i prezzi delle case aumentano, se i posti nei nidi diminuiscono, è il bisogno che si fa strada; ma quelle donne, anche attraverso la sofferenza del loro aborto, chiedono diritti, non elargizioni una tantum.

Torniamo al medico.

Nella legge la presenza del medico ha un significato, per alcuni versi, di “consulente sociale”, o, meglio “controllore sociale”, sulla procreazione: esempio chiaro di questo è il ricorso generalizzato all’obiezione di coscienza, in certo modo legittimato, senza alcuna regolamentazione e senza garanzie per il funzionamento della legge stessa.

Il 58% dei ginecologi, il 45,7% degli anestesisti e il 38,6% del personale non medico obietta in Italia; in Lombardia è il 68% dei ginecologi ad obiettare, il 46% degli anestesisti e il 31% del personale non medico.

Tutto questo, altro non significa che una legge dello Stato è legalmente disapplicata da più di metà dei dipendenti pubblici che dovrebbero applicarla; certo, facendo le IVG non si fa carriera e in più c’è un logoramento emotivo e psicologico: ogni IVG è un peso sulla coscienza, scrive il professor Buscaglia, una ferita che fatica a rimarginarsi, vuol dire, anche per il medico solitamente abituato all’onnipotenza, aver fallito.

D’altro canto se pensiamo che tra medico e donna debbano esistere buona vicinanza e giusta distanza, che da un lato ci siano capacità di ascolto, empatia, comprensione non puramente tecnica del problema (e l’aborto non è solo un atto medico, ma un evento ben più complesso),e dall’altro ci sia rispetto e attesa, che favoriscono la riflessione e le scelte, è chiaro che tutto questo non può essere frutto solo di abilità professionale, ma è in stretta connessione a come il medico vive le dimensioni dell’intimità e dell’autonomia, sa riflettere su di sé, sulla sua capacità di relazionarsi e di rispettare la libertà della donna.

Il documento dei ginecologi, rispetto alle posizioni assunte dall’ordine nazionale dei medici e da quello lombardo, con alcune differenze mi sembra vada in questa direzione, di esserci come persone, a fianco della donne e come cittadini che chiedono di applicare una legge dello Stato.

Ero partita dalla parola “diritto” e con questa parola ho fatto tanta strada dentro la legge 194, ora sono alla seconda parola, “tempo”.

Il tempo, indicato dalla 194, è un tempo sociale: è il tempo della legge, è il tempo che si allunga, si ritualizza, si ingarbuglia sempre di più per via della pesantezza burocratica e dell’inefficienza delle istituzioni; è il tempo del rito, che va rispettato, il tempo del ripensamento, il tempo delle liste d’attesa, è il tempo non rispettato da parte dei servizi.

Cristina Cacciari in un articolo sul rituale dell’aborto definisce la routine simbolica che la donna svolge per ottenere il certificato e poi l’intervento, come un viaggio, un tragitto, un cerimoniale che permette alla donna di esternare, esibire una sorta di riparazione rituale delle norme infrante.

Ma se questo è il tempo sociale, esterno, c’è anche un tempo interno, quando la donna si accorge di essere incinta: il tempo per mettere in atto la sua decisione, il tempo per renderla attiva; ma il tempo fuori non coincide con questo tempo e l’allungamento del tempo è fonte di grande sofferenza.

Le linee guida anglosassoni e francesi indicano con chiarezza che quanto più precoce è l’effettuazione dell’IVG, tanto minore è la probabilità di complicanze. Quindi i servizi dovrebbero fornire soluzioni organizzative per minimizzare l’intervallo d’attesa e rendere semplice e rapido l’accesso: ad esempio si indica come ottimale fissare l’appuntamento entro 5 giorni dalla richiesta, con un massimo di 14 giorni, e di eseguire l’aborto non oltre i 7 giorni dalla visita, comunque non oltre i 14 giorni.

Da questo punto di vista la RU486, ma anche dal punto di vista culturale e psicologico, è uno strumento utile per una maggiore coincidenza tra tempo esterno e tempo interno.

La stessa legge 194 all’art. 15 conferma la necessità di un “aggiornamento sull’uso delle tecniche più moderne e rispettose dell’integrità psichica e fisica della donna e meno rischiose per l’interruzione della gravidanza”.

Per altro verso, la prima carta universale sui diritti umani e la bioetica, sottoscritta a Parigi nel 2005, sottolinea l’autonomia delle persone nelle loro decisioni dopo un’adeguata informazione, senza pregiudizi: nessuna autorità può sostituire o ledere il diritto individuale all’informazione.

Dunque l’accoglienza in tempo reale del bisogno è la filosofia di fondo di fronte ad alcuni problemi specifici; l’IVG è tra queste problematiche, quindi è necessario iniziare il prima possibile il percorso necessario per affrontare insieme alla donna il problema e rilasciare la documentazione necessaria.

In generale per tutte le donne è importante predisporre percorsi semplici codificati e possibilmente omogenei nel territorio, per l’accesso alla documentazione, all’intervento e al successivo ritorno al consultorio, va riqualificato il percorso assistenziale dell’interruzione volontaria di gravidanza, con particolare attenzione alla risposta e accoglienza della donna che chiede IVG in tempo reale.

Va data un’informazione esauriente ed efficace all’utente sulle modalità di legge, con modalità comunicative per le più giovani e per le donne immigrate.

Va garantita l’accessibilità ai consultori e vanno evitati i numerosi passaggi tra i servizi. Va pensata una formazione che sostenga la motivazione degli operatori, indirizzata ad una maggiore attenzione alla relazione in equipe e alla relazione con l’utente, e che sappia rapportarsi con utenza a fasce di popolazione più deboli.

E’ molto importante la presenza della mediazione culturale. E’ ovvio che la prenotazione solo telefonica diviene una barriera insormontabile per la donna che non parla la lingua. Ulteriore supporto alle fasce più deboli sono le informazioni scritte semplici, accompagnate dalla spiegazione dell’operatore, tradotte in lingua per le donne straniere. Promemoria contenenti le modalità di prenotazione e di svolgimento dell’intervento e i consigli  post-intervento da consegnare con il certificato, insieme alla mediatrice, perché la comunicazione diretta è a mio avviso la più efficace con queste donne.

Un pensiero sui consultori: in questi anni abbiamo assistito a un progressivo processo di delegittimazione e di emarginazione, quando non alla scomparsa o alla “vendita” ad enti privati.

Quanti sono? Non certo quanti previsti dal POMI del 2000: 1/20000 abitanti nelle aree urbane e metropolitane, 1/10000 nelle aree rurali.

A che punto è l’integrazione con gli altri servizi? Sarebbe buona cosa un’analisi annuale sulle relazioni tra ospedali, servizi territoriali e medici generici rispetto all’IVG, differenziata per aree, per consentire, ad esempio ai sindaci, garanti della salute dei cittadini/e, di capire e intervenire.

Di più, se il consultorio è un luogo dove ci si prende cura della persona, della sua storia e della sua vita, è uno spazio di cammino con la persona che, ad esempio, assume la contraccezione nel contesto del proprio mondo e della propria vita, da lì devono partire anche i progetti di educazione sessuale nelle scuole, a partire dalle elementari.

Che fare? Nulla di meglio della dichiarazione della lettera appello dei ginecologi che tutti conosciamo.

Per finire una raccomandazione rubata ad un libretto di sessanta pagine, “un po’ di compassione”, lettere di Rosa Luxemburg, che ho sentito come un regalo: “attraversate l’esistenza in un mantello trapunto di stelle, in grado di proteggervi da quanto è meschina, dozzinale e angosciante”.

Caro Goldin

«CARO GOLDIN, mi perdoni se mi rivolgo a lei attraverso una forma desueta, la lettera, ma ahimé non la conosco personalmente e ho troppa stima di lei, per chiamarla da un freddo telefonino, raccogliendo il numero tra le sue innumerevoli conoscenze.
SONO Donatella Albini, la quarta candidata sindaco di Brescia, quarta per numero, non per graduatoria, che lei ha scordato nell’intervista apparsa su Bresciaoggi di domenica scorsa, ma forse è una dimenticanza del giornalista o un refuso di stampa. Di certo non era sua intenzione insinuarsi, con la sua critica al silenzio sul futuro delle Grandi Mostre da parte di Paroli e Del Bono, nella diatriba elettorale, anche se la sua fotografia con la signora Castelletti e la sua dimenticanza sul mio nome mi fanno sorgere qualche dubbio. Certo questo è poca cosa, piccole miserie di inizio campagna elettorale, a fronte della sua statura culturale nell’organizzazione delle magnifiche mostre, che si sono succedute a Brescia in questi anni. Io le ho viste tutte, nel silenzio di tardi pomeriggi feriali, vivendo il piacere e l’emozione profonda di trovarmi di fronte alle parole, dipinte, di quei pittori. Il ritrovarmi per strada poi mi portava ad una sorta di stordimento sensoriale, quasi un passare da una dimensione dell’esistere all’altra.
GRAZIE GOLDIN per queste grandi esperienze, che tante donne, uomini, ragazzi e ragazze hanno vissuto. Se poi penso a chi, fuori dalla mostra, si è incamminato per quei vicoli, vicini a Santa Giulia, per quelle strade e quelle piazze, a me così care, perché portano i segni della mia infanzia e adolescenza e ha guardato certi scorci, un pezzo di cielo, un campanile, gli alberi di una piazza, la maestà ferita di piazza Loggia, beh, anche costoro hanno da dirle grazie.
CONTINUEREMO le Grandi Mostre, con un occhio un po’ più attento al soldo e pensando anche ad altri luoghi della nostra città; che ne dice se ne parliamo? Sa dove trovarmi.
Non ho esperienza amministrativa, non ho pratica politica, ho voglia di lavorare usando passione, intelligenza e tenacia e vivo semplicemente la bellezza della mia città.
A presto, Donatella Albini».

LOGGIA 2008 La candidata di Sinistra arcobaleno insiste per le primarie di coalizione

dal Giornale di Brescia
LOGGIA 2008 La candidata di Sinistra arcobaleno insiste per le primarie di coalizione
«Centrosinistra, Brescia non è persa»
Albini: ma serve il coraggio di uscire dalle segreterie, servono proposte nuove

Per il centrosinistra Brescia è una città elettoralmente persa? «No, a Brescia il centrosinistra può vincere. A patto che sappia uscire dalle segreterie e sappia parlare alla città facendo proposte nuove. A patto che non interrompa il processo di rinnovamento che lo sta impegnando. A patto che non scelga di saltare le primarie di coalizione solo per sostenere ipotesi di accordo blindate dai partiti».
Donatella Albini – candidata sindaco sostenuta dal neonato soggetto politico della Sinistra arcobaleno (Prc, Verdi, Pdci e Sd) – guarda al voto amministrativo per la Loggia e indica due fronti elettorali sui quali lavorare: «Anzitutto i ragazzi e i giovani, verso i quali la riproposizione di sole facce note è perdente. E poi la parte produttiva della città, quella che va dalla casalinga all’industriale, la quale chiede proposte innovative e credibili. Di questo c’è bisogno: non di volti rifatti, ma di politiche nuove. E allora credo che le segreterie dei partiti dovrebbero fare un passo indietro». Come? «Ad esempio favorendo le primarie di un centrosinistra unito. Toccherà allora ai cittadini indicare chi sarà candidato sindaco e chi vicesindaco».
Ma Brescia è una città di sinistra? «No, questo è un dato che non ci possiamo nascondere». E allora quale patrimonio può portare la Sinistra arcobaleno alla causa politica di un’ampia alleanza di centrosinistra? «Anzitutto il tema della laicità – risponde Donatella Albini -. Può portare il tema di una città dove trovino spazio il vivere e il convivere nel rispetto reciproco. E si guardi bene che questo è un tema che vede laici e cattolici molto più uniti di quanto non si creda, specie in una città come la nostra dove esiste un tessuto cattolico che non ha mai pensato che l’uomo debba essere al servizio della morale ma piuttosto il contrario. E allora il contributo che noi possiamo portare è aiutare a pensare una città dove trovino spazio la religiosità intima e la religiosità collettiva, una città dove ci siano la chiesa e la moschea. Una città dove ogni richiesta di libertà trovi risposta nelle istituzioni che la amministrano».
«E poi sul tema del rapporto tra sinistra e centrosinistra credo si debba far registrare un salto di qualità». Quale? «Il tema è quello della condivisione dei grandi progetti. La sinistra non va messa in un angolo delegandola solo ad occuparsi di fabbriche e di operai, di morti sul lavoro, di ambiente. Di tutto questo siamo certo costretti ad occuparci da realtà spesso tragiche, ma penso che il confronto vada allargato anche ai grandi progetti, alle infrastrutture, agli investimenti. Non credo si possano più mettere in dubbio il nostro patrimonio di capacità amministrativa e la nostra capacità di mediare. D’altronde è di mediazioni che si vive, non solo di bandiere rosse».
Quale sarebbe il suo primo provvedimento da sindaco? «L’istituzione di un Soccorso violenza sessuale. In un convegno di pochi giorni fa abbiamo presentato i dati del Viminale sulla violenza sessuale a Brescia: sono cifre agghiaccianti, che però non si riverberano nelle denunce registrate nei nostri ospedali. E poi non possiamo nasconderci che se la violenza compiuta da uno straniero rimbalza con clamore su giornali e televisioni, la realtà che vede il 75% degli episodi di violenza verificarsi dentro la famiglia, e dentro famiglie italianissime, è invece troppo spesso taciuta. Ecco: l’istituzione in Loggia di un servizio rivolto a questo fenomeno rappresenterebbe un punto di riferimento autorevole e preciso. Una risposta ad un problema vero».
E se vincesse il centrodestra, come cambierebbe Brescia? «So quello che non cambierebbe. I poveri rimarrebbero poveri, senza un futuro e tendendo addirittura a sparire dal linguaggio politico. Il centrodestra è spinto dalla necessità di respingere ai margini tutto ciò che è nuovo e che incombe, non lascia spazio alla contaminazione. Brescia invece ha bisogno di spazi di dialogo, nel rispetto e nella sicurezza».
Massimo Lanzini